Come la macchina virtuale preserva ciò che il nuovo manda in discarica.
“Non spendo soldi per riacquistare la licenza del programma quando quello che ho su Windows XP funziona ancora ed ASSOLVE PERFETTAMENTE al compito per il quale lo uso”
Questa frase, pronunciata da un mio cliente, racchiude perfettamente il problema: poter usare un programma che girava sul vecchio portatile di vent’anni fa anche sul nuovo notebook con Windows 11. Mi metto sempre nei panni di chi, abituato ad usare dei programmi per anni sullo stesso sistema operativo, fa fatica ad abituarsi a nuove interfacce e nuove funzionalità, oltre a riacquistare la licenza per un programma che già possiede! Fortunatamente, esistono le macchine virtuali, software capaci di ricreare su hardware moderno sistemi operativi ormai obsoleti come Windows XP.

Per prima cosa ho rimosso l’hdd e l’ho collegato ad un adattatore IDE/USB come in figura. Non vedevo dischi con attacco IDE da diverso tempo!

Tramite HDD Raw Copy Tool si procede alla clonazione del disco. Questa scelta, apparentemente laboriosa rispetto a un semplice “collego il disco al PC e copio direttamente i file”, in realtà nasce da un’accortezza: lavorare con una copia è molto più sicuro che lavorare direttamente col disco, soprattutto di una certa età. Preservare il suo contenuto implica il passaggio della clonazione.
Terminato il processo di imaging, si converte nel formato .vmdk grazie a QEMU. Di seguito i passaggi effettuati:
- Download del programma.
- Estrazione del pacchetto in una cartella.
- Spostamento del file immagine del disco dentro la cartella dove si trova QEMU.
- Avvio del prompt dei comandi per digitare questa istruzione (senza virgolette): “qemu-img.exe convert -f raw -O vmdk discoxp.img discoxp.vmdk“.
Nel frattempo ho creato tramite VMware Workstation 25H2 una macchina virtuale con Windows XP (ci si mette davvero 10 minuti), ho impostato l’immagine del disco clonato come secondo dispositivo di archiviazione, ho installato le VM Tools e poi ho effettuato la migrazione dei dati, la maggioranza dei quali legati al suo programma. Ho installato il suo software (aveva ancora l’installer originale!) e come per magia in 30 minuti è stato ricreato un ambiente tale e quale alla controparte vetusta, con somma soddisfazione del cliente, che ha potuto così continuare a usare il suo programma e gestire clienti, piantine e preventivi.

Nel risolvere il problema del cliente, continuavo a ripensare alla frase con cui si era presentato.
Se un programma svolge ancora perfettamente il proprio compito, anche se viene definito “obsoleto” (da chi, poi?), perché dovrei impiegare tempo per imparare un nuovo sistema operativo o acquistare una nuova licenza solo perché quella precedente non è più supportata?
Le risposte che vengono date sono quasi sempre le stesse: la tecnologia evolve, bisogna adattarsi, niente dura per sempre. Sono risposte che, però, non affrontano davvero il problema che la domanda pone, vale a dire: l’utente e il software devono essere necessariamente vincolati al continuo ciclo dell’evoluzione tecnologica e dell’aggiornamento forzato?
La narrazione è potente: installare l’ultimo aggiornamento o l’ultima patch significa essere protetti dagli hacker brutti e cattivi.
Ma davvero chi attacca un normale PC è interessato ai PDF delle bollette, ai preventivi del vostro studio o alle foto delle vacanze mentre mangiate un succulento panino con la milza? Parliamo di utenti privati, liberi professionisti e PMI, non di server bancari o infrastrutture critiche come aeroporti e ospedali.
Nella maggior parte dei casi gli attacchi sono opportunistici ed automatizzati: non cercano esplicitamente voi, cercano un bersaglio vulnerabile, la cui porta viene lasciata aperta da comportamenti poco prudenti —phishing, allegati sospetti, password deboli, il clic indiscriminato su banner e link ingannevoli, programmi scaricati da fonti non affidabili— più che dall’assenza di una specifica patch o dall’utilizzo di hardware non recente.
Se guardo a Linux, vedo come un sistema operativo sicuro e stabile sia possibile senza costringere l’utente ad aggiornare hardware e software a ogni nuova release, come ormai Windows ci ha abituato a fare.

La differenza non è soltanto tecnica, ma soprattutto di approccio.
Mentre da una parte vengono introdotti requisiti come il TPM 2.0 — spesso criticato nelle community tecniche come Windows Forum o Neowin più come strumento di obsolescenza forzata che come reale vantaggio per l’utente privato — dall’altra si cerca di prolungare la vita dell’hardware esistente. Non serve essere esperti per capire che, se un sistema funziona perfettamente, costringere al cambiamento significa spesso generare costi e rifiuti senza offrire un beneficio tangibile a chi usa il computer semplicemente per lavorare, gestire clienti o conservare i propri dati.
Lo scopo di questo articolo è mostrare che esiste una soluzione concreta a un problema che, per molti utenti, è diventato sempre più frequente. Sapere che è possibile continuare a utilizzare il proprio software anche su un PC nuovo evita sprechi di tempo e denaro.
Il carrozzone del “cambiare tutto perché la tecnologia lo impone” può tranquillamente passare senza essere obbligati a salirci.
E se si ha la sensazione che le proprie esigenze vadano sistematicamente a scontrarsi con precise scelte commerciali, forse è il caso di ricordare che le alternative esistono, e spesso sono molto più semplici ed economiche di quanto si immagini.